Inquinamento domestico, quanto sono affidabili i purificatori d’aria?

L’inquinamento atmosferico è il principale fattore di rischio ambientale per la salute della popolazione mondiale. E l’aria che respiriamo in casa, spesso, è anche peggio di quella esterna. Vediamo come è possibile difendersi

Quando parliamo di inquinamento, è l’aria a nascondere i pericoli maggiori per la nostra salute. Secondo gli ultimi dati dall’Oms circa una morte ogni nove, in tutto il mondo, può essere attribuita all’esposizione a particolato, ozono, biossido d’azoto, e altri principali inquinanti prodotti dall’attività umana. Lo smog che riempie le vie trafficate delle aree urbane è la spia più evidente dei rischi, ma a guardar bene, non siamo al sicuro neanche rifugiandoci tra le mura di casa.

Tutt’altro: i pericoli potrebbero essere persino peggiori al coperto, dove le sostanze inquinanti provenienti dall’esterno tendono a concentrarsi, e si vanno a sommare a quelli prodotte dalle nostre attività domestiche. Come difendersi? Esistono semplici pratiche quotidiane che aiutano a rendere sensibilmente più salubre l’aria che respiriamo al chiuso. E anche apparecchi per il monitoraggio e la purificazione dell’aria, sempre più diffusi sul mercato, ma ancora non sempre affidabili. Complice un totale vuoto normativo e la scarsa percezione del problema, però, gli esperti avvertono: si fa ancora troppo poco per difendersi dai rischi dell’inquinamento che affrontiamo tra le pareti di casa.

I pericoli dell’inquinamento

Tra le ore che passiamo in casa, quelle trascorse in ufficio, a scuola, in palestra o al centro commerciale, si stima che il 90% della nostra vita in città avvenga al coperto. È per questo che la qualità dell’aria indoor assume un importanza fondamentale per la nostra salute. “Gli studi disponibili dimostrano che in molte zone d’Europa l’attesa di vita è ridotta di un anno a causa dell’inquinamento atmosferico e che il 90% della popolazione che vive in aree urbane è esposta a livelli non sicuri di inquinanti”, spiega Alessandro Miani, esperto di prevenzione ambientale della Statale di Milano e presidente della Società italiana di medicina ambientale (Sima). “Non vedere la cappa di smog, non vuol dire essere al sicuro purtroppo: se non si prendono adeguate contromisure, l’aria negli ambienti confinati in media è perfino più inquinata: da 5 a 10 volte più di quella esterna”. Il fatto – continua Miani – è che al chiuso gli inquinanti tendono ad accumularsi, e a quelli prodotti da auto e altri fattori esterni si aggiungono anche quelli che produciamo direttamente in casa, con le pulizie, o quando cuciniamo.

Tanti nemici invisibili

Le sostanze di cui parliamo possono essere divisi in due macro gruppi. Da un lato, gli inquinanti chimico-fisici: gas di combustione (come ossidi d’azoto (Nox), biossido di zolfo (So2), monossido di carbonio), particolato atmosferico, polvere, composti organici volatili (i Cov), idrocarburi policiclici aromatici (Ipa), radon, e anche fumo passivo di sigaretta. Dall’altro, invece, quelli di origine più prettamente biologica: batteri, virus, pollini, acari, residui biologici e composti allergenici di altro tipo.

Si tratta di sostanze che hanno effetti sul sistema respiratorio, provocando asma e allergie, disturbi a livello del sistema immunitario, danni per il sistema cardiovascolare e quello nervoso, oltre che su cute e mucose esposte”, sottolinea Miani. “Ancor più drammatici, forse, sono gli effetti del radon: un gas radioattivo incolore e inodore, che in alcune zone d’Italia emerge spontaneamente dal terreno e si accumula negli ambienti chiusi, legandosi alle polveri sottili che si trovano in caso, e raggiungendo così i bronchi. Qui il suo decadimento radioattivo irradia le cellule dei polmoni, provocando danni al dna che nel nostro paese sono responsabili di 3.200 decessi ogni anno per tumore al polmone, quasi il 10% del totale”.

Discorso a parte, infine, meritano gli ftalati: composti chimici utilizzati nell’industria della plastica per migliorarne flessibilità e modellabilità, che fanno parte del particolato atmosferico. Nelle case si possono trovare un po’ ovunque, e con il deterioramento degli oggetti legato al tempo e alle pulizie, si liberano nell’aria e tendono ad accumularsi al chiuso. Gli studi in questo campo sono ancora agli inizi, ma gli esperti ritengono che possano rappresentare un rischio molto serio per la salute dei più piccoli, perché si tratta di noti interferenti endocrini, sostanze in grado di alterare l’equilibrio ormonale, fondamentale per lo sviluppo fetale, per la corretta crescita dei bambini, per lo sviluppo sessuale e per le attività riproduttive.

 

inquinamento indoor
Dati del rapporto ISTISAT (Istituto superiore di sanità)

Le normative

Nonostante il pericolo sia noto, sull’inquinamento dell’aria indoor in Europa al momento ogni paese fa ancora storia a sé. “Diversi Paesi europei, in questi anni, hanno infatti attivato gruppi di lavoro con lo specifico mandato di elaborare valori guida per la qualità dell’aria negli ambienti confinati”, spiega Gianluigi de Gennaro, professore di chimica dell’ambiente dell’università degli studi di Bari Aldo Moro e responsabile Sima per la qualità dell’aria indoor. “Ad esempio la Germania, la Francia, la Gran Bretagna, l’Olanda, la Finlandia”. Per paesi come Finlandia, Belgio e Francia (ma solo parzialmente in quest’ultimo caso), le conclusioni hanno acquisito valore legale, mentre per gli altri sono state utilizzate per stilare delle raccomandazioni con cui valutare la qualità dell’aria al coperto.

In Italia ad oggi non esiste attualmente una normativa di riferimento che riporti valori guida per inquinanti di interesse ed approcci da adottare ai fini della valutazione della qualità dell’aria – aggiunge De Gennaro – le uniche esposizioni indoor normate si riferiscono agli ambienti di lavoro con limiti di concentrazione molto alti associati principalmente a tossicità acuta”.

Di recente la Sima ha elaborato una proposta in questo senso, che punta a individuare anche in Italia dei valori per valutare la qualità dell’aria indoor, e fissare dei limiti di esposizione cautelativi ai diversi inquinanti atmosferici. “Ci siamo basati sugli studi tossicologici riportati in letteratura e sui risultati prodotti dai gruppi di lavoro europei”, spiega Miani. “A titolo di esempio, sono stati previsti per gli inquinanti organici ad accertata cancerogenicità quali benzene, formaldeide e benzo(a)pirene valori limite pari a, rispettivamente, 5 µg/m3, 50 µg/m3 e 1 ng/m3 in linea con (ed in alcuni casi più stringenti di) quelli riportati dalle linee guida e/o normative esistenti nel panorama europeo”.

La prevenzione dell’inquinamento indoor

In attesa di norme e linee guida specifiche, gli esperti consigliano alcune semplici regole per migliorare la qualità dell’aria nelle nostre abitazioni. Il suggerimento per tutti è quello di areare gli ambienti domestici, almeno 2-3 volte al giorno per periodi di cinque minuti; utilizzare l’aspiratore a ventola e aprire le finestre quando si cucina; areare sempre quando si pulisce la casa e preferire prodotti come candeggina, ammoniaca, aceto e bicarbonato (molti prodotti commerciali contengono alte percentuali di solventi organici volatili), e infine di utilizzare aspirapolvere di buona qualità, preferibilmente ad acqua e non con sacchetto.

Particolare attenzione va prestata inoltre per i soggetti più a rischio: bambini, anziani e soggetti allettati. “Per i genitori è consigliabile prestare particolare attenzione alle camere dove trascorrono più tempo i figli: areare i locali per ottenere il completo ricambio dell’aria ogni 4 – 6 ore indipendentemente dal volume dei locali, mantenere la temperatura compresa tra i 18° e i 20° e il tasso di umidità dovrebbe aggirarsi tra il 45% e il 55%”, sottolinea Miani. “Dalle analisi climatiche eseguite nelle camere da letto dove riposano i bambini è stato notato che vi sia la tendenza ad usare l’umidificatore anche quando vi sia già un tasso di umidità sufficiente per la salute del bimbo. Si consiglia a tutte le mamme prima di accendere l’umidificatore di verificare con l’uso di un economico igrometro quale sia il tasso di umidità in casa. Anziani e allettati, essendo più fragili e spesso soggetti a malattie croniche, necessitano di altrettanta attenzione e di frequenti ricambi d’aria ed adeguata ventilazione nelle stanze in cui soggiornano più spesso e più a lungo”. 

La tecnologia

Buone pratiche di prevenzione a parte, oggi la tecnologia può aiutare a garantirci un’aria di qualità all’interno delle nostre case. Anche se in Italia si tratta di un’opportunità ancora poco sfruttata. “Siamo alla preistoria del controllo della qualità dell’aria negli ambienti indoor: i device sono poco diffusi, perché non c’è una cultura diffusa del problema”, spiega De Gennaro. “In assenza di un’indicazione normativa più o meno stringente, le azioni che si stanno conducendo hanno carattere dimostrativo e sono legate alla sensibilità personale. La mancanza di norme tecniche che regolamentino le metodologie di controllo ha generato un mercato-giungla dei device che confonde e disorienta il cittadino e l’amministrazione sensibile”.

Anche se ancora poco diffusi, sul mercato esistono moltissimi dispositivi riconducibili fondamentalmente a due obbiettivi: monitoraggio e purificazione dell’aria. E in entrambi i casi, non sempre i device sono all’altezza delle promesse. Ma anche in questo caso è possibile dare un paio di consigli: per prima cosa, non fermatevi all’aspetto esteriore, perché l’importante non è il design del prodotto, ma la qualità dei sensori e delle tecnologie presenti all’interno. Nel caso dei sistemi di purificazione la Simaconsiglia di scegliere prodotti che montano filtri Hepa in uscita, che garantiscono la maggiore efficacia di filtraggio dell’aria (a patto di eseguire regolarmente la sostituzione dei filtri come da indicazione del produttore). Discorso a parte, infine, per gli aspirapolvere: meglio quelli senza sacchettoe che dispongono di filtri ad acqua e di filtri Hepa in uscita, a meno che non ricorrano invece a un sistema L-Lamella che permette di evitare il filtro Hepa in uscita. “Noi consigliamo sempre l’acquisto di dispositivi che sono stati validati scientificamente da un ente pubblico italiano o Ue – conclude Miani – in questo modo si ha la certezza che quanto promesso in pubblicità o sul packaging abbia una reale corrispondenza con l’efficacia del prodotto nel monitorare e abbattere gli inquinanti causa di malattie e morti premature in ambienti indoor”.

Fonte: Wired.it

Ecco come trasformare l’anidride carbonica in carbonio solido, la base per le batterie del futuro

Una nuova tecnologia australiana permette di condensare l’anidride carbonica presente nell’atmosfera per creare una sostanza solida, simile a carbone, che potrebbe rappresentare l’elemento di partenza per una nuova generazione di batterie elettriche.

Stiamo perdendo la battaglia contro il riscaldamento globale. Accordi disattesi, politici scettici se non apertamente ostilirinnovabili che stentano a decollare. Le ragioni sono molte, ma è il risultato che conta: riuscire a contenere l’aumento delle temperature entro il grado e mezzo entro il 2100 sembra sempre più una pia illusione. La scadenza per agire si fa sempre più stretta, e molti esperti iniziano quindi a immaginare strategie alternative: se non riusciamo a ridurre le emissioni di gas serra, forse l’unica alternativa è eliminare artificialmente quello presente nell’atmosfera.

Si chiama ingegneria climatica, e l’ultima novità in questo campo arriva dall’Rmit University di Melbourne: una nuova tecnologia in grado si sequestrare l’anidride carbonica presente nell’aria e ri-trasformarla in carbone (o più precisamente in carbonio, il suo ingrediente principale). Una strategia che permetterebbe, letteralmente, di riciclare l’anidride carbonica, appena descritta dai suoi inventori sulle pagine di Nature Communication.

Per chi si interessa di ingegneria climatica, l’idea di sequestrare la CO2dall’atmosfera, per stoccarla, o riutilizzarla, non è certo una novità. In effetti esistono già delle tecniche che permettono di farlo, ma solitamente quello che producono è anidride carbonica allo stato liquido. Un materiale difficile da conservare e trasportare, che a sua volta andrebbe smaltito in qualche modo. Per esempio, iniettandola nel suolo come avviene ad Helsinki, per lasciare che i processi chimici e geologici facciano il proprio lavoro, trasformandola col tempo un un minerale solido.

La tecnologia messa a punto in Australia però fa molto di più: promette infatti di ottenere carbonio solido direttamente dall’atmosfera, in tempi molto più rapidi e senza necessità di temperature estreme (a Helsinki si sfrutta la presenza di un vulcano) che normalmente rendono difficile l’applicazione di tecnologie simili su scala industriale. Il segreto, in questo caso, è un metallo liquido: una lega di gallio che agisce come un catalizzatore, ed è in grado di condensare l’anidride carbonica dell’atmosfera in un solido a base di carbonio.

Il processo è piuttosto semplice: il catalizzatore metallico viene versato in una soluzione contente degli elettroliti liquidi (sostanze che conducono l’elettricità), si aggiunge l’anidride carbonica, che si dissolve nel liquido, e viene applicata una debole corrente elettrica. Le proprietà chimiche e fisiche del metallo entrano quindi in azione, convertendo l’anidride carbonica in fiocchi di carbonio solido che precipita sul fondo del contenitore.

A quel punto, non resta che decidere cosa farne. Una possibilità sarebbe quella di seppellire il materiale ottenuto da qualche parte e poi dimenticarsene, un po’ come avviene con le scorie radioattive. Ma i ricercatori propongono anche un’applicazione ben più interessante. Il materiale solido che si ottiene dal processo è infatti in grado di immagazzinare ottimamente l’elettricità. Un autentico super-condensatore, che a detta dei suoi creatori potrebbe rappresentare la base di partenza perfetta per realizzare una nuova generazione di batterie elettriche, leggerissime ed estremamente potenti. Siamo lontanissimi da una reale applicazione pratica – ovviamente – ma se ulteriori studi e ricerche rendessero veramente efficiente questa tecnologia si tratterebbe di una incredibile forma di riciclo: potremmo infatti prendere gli scarichi delle auto a benzina, e trasformarli in batterie per le auto elettriche del futuro.

 

Fonte: Wired

Arpa ha presentato i dati della qualità dell’aria 2018 in Lombardia

Dopo la prima validazione dei dati, Arpa Lombardia ha pubblicato un primo bilancio sull’andamento della qualità dell’aria durante l’anno 2018. Le misure effettuate dalla rete di rilevamento della qualità dell’aria lombarda hanno confermato un trend in significativo miglioramento per PM10, PM2.5 e NO2stabile l’ozono e ben sotto i limiti monossido di carbonio, benzene e biossido di zolfo.

In particolare, per il PM10, in tutte le stazioni del territorio regionale è stato rispettato il valore limite sulla media annua di 40 µg/m3. è questo quindi il terzo anno, dopo il 2014 ed il 2016, che fa registrare un rispetto generalizzato di tale parametro. Anche il numero di giorni di superamento del valore limite giornaliero (50 µg/m3), benché ancora in buona parte della regione sopra al limite che la normativa fissa in 35 giorni, ha confermato un trend complessivamente in diminuzione. Nei capoluoghi provinciali, nel 2018 si sono verificati 79 giorni di superamento a Milano, 78 a Lodi, 56 a Cremona, 53 a Pavia, 51 a Monza, 47 a Brescia, 43 a Como, 42 a Bergamo, 34 a Mantova, 25 a Lecco, 21 a Varese e 14 a Sondrio. Complessivamente, le stazioni che hanno rispettato il limite nel 2018 sono il 40% di quelle installate, nel 2005 rispettava unicamente la stazione di Bormio. In Lombardia il numero di superamenti è stato ridotto mediamente del 59% nel periodo dal 2005 al 2018.

Il trend in progressiva diminuzione ha interessato anche il PM2.5. Nel 2018 nei capoluoghi il valore limite annuale pari a 25 µg/m3 è stato superato solo a Cremona (26 µg/m3), mentre è stato rispettato a Brescia, 25 µg/m3, a Lodi e Monza, 24 µg/m3, a Como, Pavia e Milano, 23 µg/m3, a Mantova, 22 µg/m3, Bergamo, 21 µg/m3, Varese 19 µg/m3, Sondrio, 18 µg/m3 e Lecco 15 µg/m3.

Per l’NO2, il limite sul numero di ore di superamento è stato rispettato per il terzo anno consecutivo su tutto il territorio regionale mentre il limite sulla media annuale è stato rispettato nell’80% delle stazioni (nel 2005 aveva rispettato circa la metà delle stazioni, nel 1993 nessuna. Con riferimento alle stazioni peggiori dei capoluoghi di provincia la media annua dell’NO2 registrata nel 2018 è la seguente: Milano 59 µg/m3, Brescia 57 µg/m3, Monza 45 µg/m3, Como 44 µg/m3, Bergamo 41 µg/m3, Lecco 37 µg/m3, Varese 36 µg/m3, Pavia 35 µg/m3, Lodi 34 µg/m3, Cremona 33 µg/m3, Mantova 26 µg/m3, Sondrio 24 µg/m3.

L’ozono è invece più stabile, con diffusi superamenti dei valori obiettivo per la protezione della salute e della vegetazione. Come ormai da anni, non sono invece stati registrati superamenti degli standard di legge per monossido di carbonio, benzene e biossido di zolfo, che mantengono valori ben al di sotto dei limiti.

I dati sono stati presentati il 23 gennaio a Milano, nel corso della conferenza stampa che si è svolta a Palazzo Lombardia. Erano presenti, tra gli altri, il presidente di Arpa Lombardia, Stefano Cecchin, il direttore generale di Arpa Lombardia, Fabio Carella, il responsabile della qualità dell’aria di Arpa Lombardia, Guido Lanzani e l’assessore regionale all’Ambiente e Clima, Raffaele Cattaneo.

Fonte Confartigianato Bergamo

Valuta l’aria

Qualità dell’aria nel bacino Padano: con “Valuta l’aria” la parola ai cittadini

Debutta “Valuta l’aria”, la prima rilevazione sovraregionale sulla percezione della qualità dell’aria da parte dei cittadini del Bacino Padano, nell’ambito del progetto europeo Life Prepair. L’indagine online è rivolta alla popolazione di Valle D’Aosta, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Trentino, Friuli Venezia Giulia. Ogni questionario “vale” 500 punti che possono aumentare partecipando a un gioco ultimata la compilazione; i punti saranno convertiti in donazione per l’acquisto di alberi da piantare sulle Dolomiti. Obiettivo: raccogliere opinioni e suggerimenti e creare un’area boschiva per ridurre le emissioni di anidride carbonica.

Dimmi dove vivi, come respiri e con i tuoi suggerimenti contribuirai a combattere lo smog e a donare un albero alle Dolomiti. E’ questo il messaggio di Valuta l’aria, il primo questionario sulla percezione della qualità dell’aria da parte dei cittadini del bacino Padano, destinato ai residenti nelle sette regioni dell’area: Valle D’Aosta, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Trentino, Friuli Venezia Giulia. L’indagine è realizzata da Ervet nell’ambito del progetto Life Prepair, finanziato dalla Commissione europea attraverso il programma Life.
E’ possibile rispondere al questionario – anonimo e volontario – online sul sito dedicato (https://valutalaria.lifeprepair.eu/), oppure attraverso Facebook e gli altri social: è stata scelta una modalità di somministrazione multicanale per raggiungere un target vasto e rappresentativo (almeno 5.000 questionari) e rendere così ancora più significative le informazioni raccolte.

Il questionario è composto da 20 domande e suddiviso in quattro parti: una, più generica e introduttiva, dedicata all’aria e i cittadini, la seconda indaga la percezione della qualità dell’aria e delle principali cause dell’inquinamento, la terza valuta le azioni per contrastarlo, l’ultima traccia il profilo dell’intervistato. I risultati, elaborati e resi disponibili a inizio 2019, saranno presi a riferimento pe impostare la campagna di comunicazione unica a livello di intero bacino Padano. Per ogni questionario compilato vengono assegnati 500 puntiche contribuiscono ad alimentare una donazione effettuata da Life Prepair per l’acquisto di un albero da piantare nel nord Italia. Questi punti possono essere incrementati partecipando al gioco “Pianta un albero”, che viene proposto al termine della compilazione del questionario.

Ogni 12.500 punti raccolti Life Prepair effettua una donazione per l’acquisto di un albero, fino a un massimo di 250 alberi. Le piante vengono acquistate, piantate e monitorate in aree forestali di proprietà privata e comunali delle Dolomiti le cui foreste sono state fortemente danneggiate nella recente ondata di maltempo. A seconda dell’effettivo numero di alberi che si riusciranno a piantare, in base al numero di questionari raccolti, il bosco contribuirà a catturare CO2 e pm10 e ad aumentare la biodiversità con specie autoctone. Bastano quindi 15-20 persone per raggiungere i punti per l’acquisto di un albero e la sua cura e manutenzione per sempre. Rispondendo al questionario e coinvolgendo più persone possibili si contribuisce concretamente al miglioramento del Bacino Padano come luogo in cui vivere e lavorare.

Sito Valuta l’aria 

Pagina Facebook

Fonte  AmbienteInforma

«Sono giorni caldi, no riscaldamento» L’appello del Comune: riduciamo lo smog

Appello dal Comune: «Non accendete il riscaldamento, se non è strettamente necessario».

Dopo il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, alla luce delle temperature ancora miti di questo ottobre, anche l’assessore all’Ambiente di Bergamo, Leyla Ciagà, manda un richiamo alla sensibilità ambientale dei cittadini: «Evitate sprechi e difendete la qualità dell’aria, non usate o usate con moderazione gli impianti termici in questi giorni quasi estivi». Il sollecito arriva a poche ore dalla possibilità di far partire il riscaldamento centralizzato e gli impianti negli edifici pubblici: dal 15 ottobre di ogni anno al nord, infatti, scatta la «stagione termica» che si conclude il 15 aprile. Il primo cittadino di Milano nel corso del fine settimana aveva annunciato che, nonostante ciò, avrebbe tenuto spenti i caloriferi nei luoghi pubblici visto il caldo persistente.

Lunedì a Bergamo, come spiega Ciagà, sono stati accesi solo nei luoghi sensibili: «A prescindere che siano gestiti tramite teleriscaldamento o caldaie tradizionali – evidenzia l’assessore – gli impianti di riscaldamento degli edifici pubblici sono dotati di un sistema elettronico in grado di verificare le temperatura esterne». Secondo la norma, continua Ciagà, «dal 15 ottobre dalle 8 alle 23 è possibile tenere accesi gli impianti 14 ore, ma viste le alte temperature, questi sistemi intelligenti funzionano al massimo tre ore la mattina e solo in alcuni edifici in cui deve essere mantenuto un livello di comfort termico più alto», come asili nido, materne e centri anziani. «Nel 70% di questi edifici ieri hanno funzionato al massimo tre ore, nei restanti o non hanno funzionato e lo hanno fatto molto meno delle tre ore». Il Comunque cerca di dare il buon esempio: «L’appello è ai cittadini: prima di accendere in via automatica i caloriferi, chiedo loro di tenere conto che delle temperature ancora quasi estive, accendete solo in caso di reale necessità». Oltre a evitare sprechi si difende la qualità dell’aria: in questi giorni il Pm10 è in salita, negli ultimi 10 giorni per cinque volte ha sfiorato i 50 microgrammi per metro cubo.

Fonte L’Eco di Bergamo

Restrizioni per i generatori di calore a biomassa legnosa e a pellet

Lombardia, dal 1° ottobre 2018 restrizioni per i generatori di calore a biomassa legnosa e a pellet

A seguito della sottoscrizione dell’ Accordo del Bacino Padano, e delle dd.G.R. attuative n. 7095/2017 e n. 7696/2018, nonché dalla d.G.R. n.449/18 di aggiornamento del PRIA, sono state stabilite nuove disposizioni per l’installazione e l’utilizzo dei generatori di calore a biomassa legnosa.

In particolare è in vigore su tutto il territorio regionale:

  • il divieto di nuova installazione di generatori di calore alimentati da biomassa legnosa con prestazioni emissive inferiori a quelle individuate dal DM n. 186 del 7/11/17 per le seguenti classi:

·        “tre stelle”, per i generatori installati dall’1.10.2018 (à obbligo di installazione di generatori ad almeno 3 stelle) ;

·        “quattro stelle”, per i generatori installati dall’1.1.2020 (à obbligo di installazione di generatori ad almeno 4 stelle)

  • il divieto di utilizzo di generatori di calore alimentati da biomassa legnosa con prestazioni emissive inferiori a quelle individuate dal DM n. 186 del 7/11/17 per le seguenti classi:

·        “due stelle”, per i generatori in esercizio dall’1.10.2018 (divieto di utilizzo per i generatori a 0 o 1 stelle);

·        “ tre stelle”, per i generatori in esercizio dall’1.1.2020 (divieto di utilizzo per i generatori a 0 o 1 o 2 stelle);

  • dal 1 ottobre 2018, nei generatori di calore a pellet di potenza termica nominale inferiore ai 35 kW, l’obbligo di utilizzo di pellet di qualità che rispetti le condizioni previste dall’Allegato X, Parte II, sezione 4, paragrafo 1, lettera d), parte V del decreto legislativo n. 152/2006, e che sia certificato conforme alla classe A1 della norma UNI EN ISO 17225-2 da parte di un Organismo di certificazione accreditato, da comprovare mediante la conservazione obbligatoria della documentazione pertinente da parte dell’utilizzatore.


controlli sono effettuati dalle Province – nei Comuni aventi meno di 40.000 abitanti – e dai Comuni con popolazione maggiore di 40.000 abitanti, nell’ambito delle verifiche sugli impianti termici.

La sanzione in caso di inosservanza è quella disciplinata dall’art. 27, comma 4, della Legge regionale n. 24/06 (da 500 a 5.000 €).
Si richiamano infine le disposizioni regionali in vigore introdotte dalle delibere di Giunta regionale n. 1118/13 e n. 3965/15in merito alle regole di installazione, manutenzione e censimento degli apparecchi domestici alimentati a biomassa legnosa.

La Classificazione ambientale dei generatori di calore alimentati con biomassa legnosa
La classificazione ambientale dei generatori di calore (tramite numero di stelle) è definita dal nuovo Regolamento Statale recante la disciplina dei requisiti, delle procedure e delle competenze per il rilascio di una certificazione dei generatori di calore alimentati a biomasse combustibili solide, approvato dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare con il decreto n. 186 del 7 Novembre 2017 ed entrato in vigore dal 2 Gennaio 2018.
Il decreto 186/2017 individua nell’allegato 1 le classi di qualità per il rilascio della certificazione ambientale e prevede all’art. 3 comma 1 che il produttore richieda a un organismo notificato il rilascio della certificazione ambientale del generatore di calore.
Inoltre prevede all’art. 3, comma 4, che l’organismo notificato provveda alla pubblicazione sul proprio sito internet di un elenco delle certificazioni ambientali rilasciate.
Si invitano le aziende costruttrici a rivolgersi agli organismi notificati sopra richiamati per ottenere sia la certificazione (con relativa classificazione dei propri generatori – prevista dal nuovo regolamento statale -) che la conseguente pubblicazione.
I cittadini possono acquisire le informazioni necessarie rivolgendosi direttamente alle aziende costruttrici.

Allegati

INFOGRAFICA – Limitazioni permanenti per generatori di calore a biomassa legnosa (stufe e caminetti)

DOCUMENTO GENERICODocumento PDF – 697 KB

 

DM n. 186 del 7/11/17 http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/12/18/17G00200/sg

Parliamo ancora di ambiente

Prima pubblicazione:  15/11/2017

E’ si! Sono consapevole delle conseguenze a cui può portare l’indifferenza che potrebbe generare questa costante degli ultimi tempi ma sono altresi consapevole del danno che ne conseguirebbe la mancata sensibilizzazione di più gente possibile.

L’idea comune è che efficienza energetica è uguale a impegni economici notevoli e pertanto vista la situazione contingente, ci sentiamo autorizzati a declinare. Niente di più falso. Poco, basta veramente molto poco. Evitare di lasciare le luci accese dove non serve, riscaldare le proprie abitazioni oltre i 20°C, mantenere le porte aperte dei negozi durante l’inverno e tantissime altre voci che non sto ad elencarvi per non risultare troppo prolisso. Se con un minimo di attenzione ognuno di noi evitasse d’immettere in atmosfera 1kg. di CO2 ogni giorno (valore che può sembrare insignificante), significherebbe che in Italia si eviterebbe d’immettere in atmosfera 60.000.000 kg/giorno di CO2 ossia 60.000 tonnellate/giorno che riferite al mondo intero diverrebbero 9.000.000 tonnellate/giorno. Un numero mostruoso. E’ vero. Provate a rapportarlo ad un anno. E poi a 10 anni. Diventa ancora più mostruoso.

Di certo vi sentirete dire che le immissioni di CO2 in atmosfera naturali sono superiori a quelle di natura antropologica ma ritengo essere questa una affermazione che solo gli stolti e gli incoscienti possono esternare. Non servono grossi investimenti o sacrifici insopportabili. Basta solo un pò di attenzione e tanto amore per questo pianeta che è la nostra casa ma, soprattutto, dovrà essere la casa dei nostri figli e di tutte le altre generazioni che seguiranno.

Ricordiamoci che il mondo non è iniziato con noi e non finirà con noi

A seguire riporto un articolo che scientificamente ci avverte a quale pericolo stiamo andando incontro (fonte Wired) .

Buona lettura   

Emissioni annuali di gas effetto serra per tipologia di gas 1970-2010


Attenta, umanità: ecco l’avvertimento degli scienziati sui pericoli per l’ambiente

Cambiamento climatico, crescita della popolazione umana e riduzione della biodiversità. Ecco l’ultimo aggiornamento della comunità scientifica sulle questioni più cruciali e urgenti in fatto di ambiente. E come dobbiamo al più presto invertire le tendenze negative.

Dal cambiamento climatico alla deforestazione, dall’estinzione delle specie alla crescita della popolazione umana. Se non ce ne fossimo ancora accorti, noi esseri umani e il mondo in cui viviamo siamo da tempo in un eterno conflitto, arrivando soprattutto negli ultimi anni, ai ferri corti. Tanto che la comunità scientifica si sta impegnando con tutte le sue forze e conoscenze per riuscire a risolvere le questioni più cruciali e urgenti di gestione ambientale: è dal lontano 1992, infatti, che la Union of Concerned Scientists insieme a più di 1700 scienziati aveva rilasciato il “World Scientists’ Warning to Humanity”, un documento in cui sostenevano che gli impatti umani sul mondo naturale avrebbero probabilmente portato un danno sostanziale al pianeta, che sarebbe stato potenzialmente irreversibile.

                 Cambiamento riguardo la temperatura media della superficie osservato dal 1901 al 2012

E ora, a 25 anni di distanza, William J. Ripple, ricercatore della Oregon State University e oltre 15mila scienziati provenienti da 184 paesi hanno deciso di fare il punto sulla situazione attuale, aggiornando il documento originale, in un rapporto pubblicato sulle pagine di BioScience, chiamato “A Second Notice”. Dall’analisi dei dati provenienti da agenzie governative, organizzazioni no profit e da singoli studi, è emerso chiaramente che a eccezione dello strato dell’ozono che risulta quasi stabilizzato (per la riduzione di sostanze chimiche e un aumento dell’energia prodotta da fonti rinnovabili), le notizie non sono affatto buone. “L’umanità non sta adottando le urgenti misure necessarie per salvaguardare la nostra biosfera in pericolo”, precisano gli autori, notando che la stragrande maggioranza delle minacce precedentemente descritte non solo rimane “allarmante”, ma anzi, sta addirittura peggiorando.

Così, in questo ultimo aggiornamento, i ricercatori hanno delineato le aree in cui i comportamenti umani possono essere in grado di invertire i trend negativi, come appunto è successo nel caso del buco dell’ozono, verso sistemi più sostenibili. “Presto sarà troppo tardi e il tempo si sta esaurendo”, dicono i ricercatori. “Dobbiamo essere consapevoli che la Terra è la nostra unica casa”. Più precisamente, secondo il rapporto, tra le tendenze più negative degli ultimi 25 anni sono: la riduzione del 26% della quantità di acqua potabile disponibile per abitante, un aumento del 75% del numero delle “zone morte” degli oceani, una perdita di quasi 300 milioni di ettari di foresta, gran parte convertito per usi agricoli. E ancora: aumenti significativi delle emissioni globali di anidride carbonica e temperature medie, un aumento del 35% della popolazione umana e una riduzione del 29% del numero di mammiferi, rettili, anfibi, uccelli e pesci.

          Estensione dei ghiacci nei mari artici nel periodo estivo  

“Alcune persone potrebbero non accettare le nostre prove e pensare che siano solo molto allarmanti.   Ma un numero enorme di scienziati sta analizzando i dati e studiando le potenziali conseguenze a lungo termine”, conclude Ripple. “Chi ha firmato questo secondo documento, infatti, non solo sta dando un allarme, ma riconosce i segnali evidenti che noi esseri umani stiamo intraprendendo un percorso del tutto insostenibile. Speriamo che il nostro documento accenda un ampio dibattito pubblico sia sull’ambiente che sul clima globale”.

                  

Variazione globale media del livello del mare